Dal citizen-journalist al journalist-citizen
Fra cinque anni il New York Times potrebbe non essere più stampato in una tipografia e potrebbe essere letto soltanto su internet. Non è la previsione di qualche irrealista maniaco della rete, è una delle possibilità che il signor Arthur Sulzberger considera concretamente. E il signor Sulzberger, come sapete, è l'editore del New York Times.
Le sue frasi, che fanno impallidire la previsione di Philip Meyer in "The Vanishing Newspaper" (l'ultima copia cartacea del New York Times sarà acquistata nei primi tre mesi del 2043), sono apparse due giorni fa in un'intervista al quotidiano israeliano Haaretz, realizzata durante il forum di Davos e ripresa fra gli altri da Corriere.it, Repubblica.it, Stampa.it (dove è interessante leggere anche l'articolo di due settimane fa di Vittorio Sabadin sul caso del Los Angeles Times): «I really don't know whether we'll be printing the Times in five years, and you know what? I don't care, either», «Internet is a wonderful place to be and we're leading there» («Non so davvero se stamperemo il Times fra cinque anni, e sa che cosa? Neppure mi interessa», «Internet è un luogo meraviglioso per starci e lì siamo i primi»). Sulzberger parla di un viaggio verso internet e, da buon imprenditore, non perde mai di vista anche un ragionamento economico: sa che l'edizione cartacea del Times sta perdendo inesorabilmente lettori, sa che i lettori dell'edizione online sono raddoppiati (immagino nell'ultimo anno, anche se Haaretz non lo specifica) e che sono arrivati a un milione e mezzo al giorno, sa ovviamente che la pubblicità su internet è in crescita e che un investimento sulla rete ha costi nettamente inferiori: «The last time we made a major investment in print, it cost no less than a billion dollars. Site development costs don't grow to that magnitude». Credo che nessun imprenditore che veda un metro oltre il proprio naso possa stupirsi delle parole di Sulzberger (attenzione comunque, i titoli di alcuni quotidiani online sono un po' forzati: non ha detto che fra cinque anni il Times cartaceo non esisterà più, ha detto che quella è una possibilità).
Nello stesso tempo Sulberger, che pure ha riunito la redazione della carta stampata e la redazione internet, non è un net entusiasta acritico: sa bene quale sia l'importanza dei blog, per esempio, ma continua a pensare che un New York Times buono e affidabile, online o su carta che sia, debba tener conto dello sviluppo dei blog ma non possa subirne la concorrenza.
Tutto bene madama la marchesa? Beh, non proprio. Anche la medaglia del New York Times e di Sulzberger ha due lati. Posto che qui in Italia stiamo ancora aspettando qualche editore importante che faccia gli stessi ragionamenti di quello del New York Times e posto che la miopia italiana continua a portare la maggior parte dei giornali a concentrarsi ancora sulla carta e ad analizzare poco (al massimo in qualche convegno senza sviluppi concreti, per ora) le possibilità dell'online, non è tutto oro quel che luccica, tanto per ripetere ciò che dissi tre settimane fa durante un convegno a Roma. Quella di internet è sicuramente la nuova frontiera e non sappiamo che cosa accadrà ai "vecchi" mezzi di comunicazione di massa (tv inclusa) durante il processo di integrazione, però possiamo prevedere sin d'ora una parte di ciò che accadrà dal punto di vista dell'occupazione: siccome produrre news online diventerà tecnicamente più facile che farlo su carta, a parità di qualità nelle aziende editoriali serviranno meno dipendenti. Alla crisi dell'occupazione - a parità di qualità, lo ripeto per sottolinearlo - possiamo cominciare a pensare sin d'ora. Tanto, con il solito ritardo italiano, possiamo stare certi che prima o poi anche qualche importante editore italiano capirà ciò che Sulzberger ha capito da tempo.
Ciao Carlo. Il discorso di Sulzberger è interessante così come mi pare interessante anche il libro di Vittorio Sabadin (L'ultima copia del «New York Times, Donzelli, che devo ancora terminare e su cui scriverò su Pragmi). Ma trovo altresì interessante il tuo spunto sull'occupazione. Insomma, che ne sarà di noi? Io ho passato l'esame solo qualche settimana fa ma il problema è meglio porselo subito. Io dico due cose:
1) si sostiene da più parti che a restare a galla saranno solo i giornali locali, i fogli cittadini e regionali. Ma io penso che possano farlo solo se insieme all'edizione cartacea sviluppino, anche loro, una forte presenza sul web. Una presenza nuova e diversa rispetto alle esperienze pure positive, ma molto migliorabili, dei due o tre giornali nazionali che curano una edizione anche per il web (Stampa, Repubblica, Corriere, per capirci).
2) Discorso a parte per i blog e i blogger: il giornalismo dal basso è in parte un futuro già presente. Andrà sviluppato, ovviamente, e bisognerà capire come integrare i blog con le testate on line. Per adesso in Italia c'è solo una parvenza di questo tipo di integrazione (penso ai blog di Repubblica.it).
Dunque, sviluppo sulla rete dei giornali locali e blog collegati potrebbero essere due punti da cui partire per preservarci dal calo di occupazione.
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alle 16:44
alberto d'ottavi
ciao carlo, scusa il ritardo :)
la crisi dell'occupazione credo la viviamo già da tempo. ma forse dipende dal fatto che gli italiani leggono poco e guardano molto la tv, no?
però non credo sia colpa degli italiani, se si legge poco. siamo un paese di paradossi: sbaglio se dico che abbiamo il maggior numero di testate registrate? abbiamo mensili / bollettini / house organ / riviste specializzate per quasi tutto...
nonostante questo credo che manchino ancora un sacco di giornali, soprattutto on-line ;)
io credo che ci sia un aspetto molto positivo nella diffusione dell'informazione via internet, e cioè che le nuove generazioni sono sempre più abituate a interagire - leggere, scrivere, rispondere, etc. credo quindi che il nuovo modello per i nuovi media digitali sia davvero ancora da inventare...