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Pubblicare i documenti di WikiLeaks, le ragioni del New York Times

Joshua Evangelista avatar Lunedì 29 Novembre 2010, 10:37 in Deontologia, Libertà di espressione, Mass-media oggi, World press di Joshua Evangelista

"E' l'11 settembre della diplomazia". La frase di Franco Frattini è l'emblema dello stato di agitazione da parte dei governi di mezzo mondo a proposito del "cablegate". In realtà, tra i già pubblicati dei 251.287 rapporti diplomatici "rubati" da WikiLeaks sono ben pochi quelli degni di spessore geopolitico (e non riguardano l'Italia). In attesa di nuove rivelazioni, cerchiamo di capire il processo di trasmissione dei dati dal sito di Assange ai quotidiani. 

Alcune settimane fa a New York Times, Guardian, Der Spiegel, Le Monde e El Paìs era stato concesso l'accesso al server di Wikileaks per poter consultare i documenti e iniziare le pubblicazioni sui propri siti a partire da ieri sera.

Due spunti di riflessione: da una parte sarebbe interessante capire perché nessun quotidiano italiano è stato coinvolto (periferia dell'informazione?). Un altro discorso, meno campanilistico, è legato alle ragioni della pubblicazione. Come fa un quotidiano a giustificare ai proprio lettori la pubblicazione di informazioni che potrebbero compromettere rapporti diplomatici tesi e, soprattutto, mettere a repentaglio vite umane?

Premessa: WikiLeak mette online tutto, sta poi ad ogni singola testata decidere cosa pubblicare. Esistono diverse classificazione dei dispacci diplomatici (anche se diffusi erroneamente tutti come "riservati"): segreti, noforn (documenti non adatti alla condivisione con rappresentanti di paesi esteri), confidenziali e non classificati.

Vediamo, ad esempio, quali sono stati i criteri di pubblicazione del New York TImes. 

Il quotidiano statunitense ha deciso di escludere dai suoi articoli le informazioni ritenute dannose per l'incolumità degli informatori e la sicurezza nazionale.

Una volta fatta la scrematura, il Nyt ha inviato all'amministrazione Obama i dispacci in via di pubblicazione, chiedendo a quest'ultima di verificare se qualche informazione potesse andare contro gli interessi nazionali. 

Il governo ha condannato la pubblicazione di parte del materiale, ha chiesto alcune aggiunte (ovviamente i suggerimenti non sono stati ritenuti vincolanti). Le impressioni dell'amministrazione sono state "girate" agli altri quotidiani coinvolti e allo stesso WikiLeaks.

Il lavoro dei redattori è stato cercare un'equilibrio tra il rischio di pubblicare informazioni che potessero facilitare gli "avversari" in guerra degli Usa ed evitare censure solo perché dirigenti governativi potrebbero imbarazzarsi.

Ovviamente i documenti saranno di pubblico accesso aldilà degli scrupoli del New York Times. E nasce un nuovo interrogativo: pubblicare materiale che gli altri pubblicano? I redattori del Nyt promettono di decidere caso per caso e di garantire tutte le motivazioni delle proprie decisioni a chi li contatterà (askthetimes@nytimes.com).

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2 commenti
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29 Nov 2010
alle 20:09

Pierluigi Magnini

se quello che ci viene detto sul governo Italiano, che a Berlusconi piacciono le donne, fare feste, e tirare tardi la notte non me lo sarei mai immaginato, meno male che c'e wikilaike che ce lo dice quelli che mi fanno compassione sono quelli del PD e di FLI, e' proprio vero la mamma degli imbecilli e' sempre incinta.

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29 Nov 2010
alle 14:50

Luca O.

Tra l'altro, non sarebbe male fare come in Islanda, dove dall'estate 2010 esiste uno "scudo" quasi totale a chi metterà su Internet segreti militari, giudiziari, societari e di Stato di pubblico interesse.

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