Reportage: un genere giornalistico raro e prezioso, ma poco rispettato?

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Il genere giornalistico più bello e potente viene spesso sminuito dai mass media. Che affibiano a ogni cosa il suo nobile nome

reportage.jpg Il reportage è il genere dei giornalisti un po’ scrittori, degli scrittori un po’ giornalisti.
E’ il genere tra il giornalistico e il letterario che avvicina il lettore a un tema non attraverso numeri e dati ma attraverso immagini ed emozioni. C’è attenzione al dettaglio umano e la letteratura svolge un ruolo più documentaristico del solito.

Non è esattamente - o meglio, riduttivamente - un servizio giornalistico, non è un articolo di giornale né un comunicato stile Ansa né tantomeno un pezzo di cronaca. Non è nemmeno il servizio tv di un corrispondente. Come ci hanno insegnato i nostri mille e un Montanelli, Terzani, Fallaci, è molto di più.

E’ l’esatto opposto di una narrazione fredda, obiettiva e descrittiva. Eppure in Italia, soprattutto sul web, la parola reportage non solo è abusata e logora, è anche usata male.

Articoli su luoghi non visitati realmente da chi scrive, interviste e video-interviste chiamate reportage a caratteri cubitali, documentari trasmessi in televisione nominati così perché tira, libri-accozzaglia di lirici appunti di viaggio pubblicati sotto il nome di reportage perché fa figo. Questo perché il reportage rappresenta una delle forme più alte e nobili del giornalismo internazionale e tra share, visite e ottimizzazione sui motori di ricerca è considerato un amo molto conveniente per la pesca di spettatori e visitatori.

È evidente che in ognuno di questi altri generi vi sono elementi in comune con il genere reportagistico, ma non tanto da coincidere con esso (foto: Infophoto). Dal mio punto di vista è un delitto contro l’umanità mischiare i nomi di reporter che hanno fatto la storia del giornalismo con quelli di specialisti SEO e parolai improvvisati.

Quello che mi piacerebbe succedesse non è tanto che i giornalisti smettessero di usare la parola reportage a sproposito. Ma che cominciassero a scriverne davvero, di reportage, con uno stile espressamente personale e coinvolto.

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