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Signore e signori, vogliate scusarci per l'interruzione del nostro programma di musica da ballo... Iniziava così l'annuncio radiofonico di Orson Welles, che alle ore 20 del 30 ottobre 1938 fece tremare l'America descrivendo un'invasione aliena. In realtà si sarebbe rivelato nient'altro che un'adattamento radiofonico del romanzo di Wells La guerra dei mondi, una beffa che sarebbe rimasta per sempre indelebile nella memoria statunitense.

Settantadue anni dopo la georgiana Imedi Tv ha ripercorso, con meno stile e anacronisticamente, le gesta di Welles: programmazione interrotta per annunciare, usando immagini di repertorio, che i carri armati russi avevano nuovamente invaso il Paese. Poi il conduttore ha spiegato che ciò che era stato trasmesso non era un breaking news, ma qualcosa che "potrebbe accadere molto presto".

L'agenzia Interpresse parla di deboli di cuore che si sono sentiti male, svenimenti, centralini della polizia in tilt e cellulari fuori uso per un sovraccarico della rete.

Del resto ciò che è stato raccontato non è così inverosimile e le ferite dei cittadini georgiani sono ancora apertissime: non c'è sda stupirsi se vedendo immagini di tank russi alle porte della capitale Tbilisi (è stata anche annunciata la morte del presidente Mickhail Saakashvili) si sia scatenato il finimondo. I russi fanno molta più paura degli alieni.

 

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Feb 1010

Foibe, oblio a sinistra

Pubblicato da Joshua Evangelista alle 19:57 in Deontologia, Dibattiti, Historia magistra vitae, Mass-media oggi


 

Esistono tragedie ideologiche? Forse, semplicemente, esiste il dolore. E l'uomo, da millenni, cerca attraverso il ricordo di intraprendere un percorso di cicatrizzazione e prevenzione. Cari Unità.it e Manifesto.it, voi che siete così sensibili, ma tanto vi costava fare almeno un titoletto per ricordare la morte di diecimila persone?

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Gen 1030

Bloody sunday (30 gennaio 1972)

Pubblicato da Joshua Evangelista alle 11:10 in Historia magistra vitae


 

Esattamente trentotto anni fa, il 30 gennaio del 1972, la città nordirlandese di Derry fu lo scenario della Domhnach na Fola, il nome gaelico della meglio conosciuta Bloody Sunday. Paracadutisti dell'esercito britannico aprirono il fuoco contro manifestanti irlandesi per i diritti civili. A perdere la vita furono quattordici persone, per lo più giovanissimi.

Tra i testimoni della tragedia c'era anche il giornalista italiano Fulvio Grimaldi, che assieme ad altri colleghi denunciarono il fatto che i manifestanti colpiti erano disarmati e cinque delle vittime furono persino colpiti alle spalle.

Tra i tanti lavori atti a mantenere viva la memoria di questo blackout della civiltà europea, consiglio un bell'articolo del 2002 di Alessio Altichieri (pubblicato sul Corriere) e il post pubblicato oggi sul blog Lanark Way  del network Blogosfere.

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Era nemico dichiarato dei giornalisti. Schivo, maniaco della privacy, per qualcuno antipatico e addirittura non degno della sua creatura letteraria, quel Giovane Holden in cui tante generazioni si sono ritrovate.

Jerome Salinger ci lascia all'età di 91. Ci lascia in eredità un capolavoro della letteratura mondiale, alcuni racconti brevi e pochissime interviste rilasciate. Tra queste spicca quella rilasciata nel 1972 all'allora diciottenne Joyce Manyard (con la quale ha avuto una relazione), pubblicata dal New York Times con il titolo "An Eighteen Year Old Looks Back On Life".

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Il grande scrittore francese George Steiner ha detto: "Non saremo mai in grado di pensare la Shoah". Partendo da questo paradosso, Reporters vuole brevemente ricordare l'Olocausto. In maniera quasi "silenziosa", vogliamo dare il nostro modesto contributo al ricordo del più grande sacrificio del ventesimo secolo.

Non riusciremo mai a spiegare cosa è successo, proprio perché quello che è successo è umanamente impensabile. "Se con l'olocausto Dio ha scelto di interrogare l'uomo, spetta a questi rispondere con una ricerca che ha dio per oggetto", ha detto Elie Wiesel, premio Nobel oggi ricevuto da Fini, Napolitano e Berlusconi.

Un altro premio Nobel, la scrittrice tedesca Herta Muller (premiata nel 2009) ha descritto meravigliosamente la situazione di chi non ha vissuto in prima persone l'orrore dei campi di concentramento ma ha dovuto convivere con i fantasmi di un passato ancora insito dentro le mura della vecchia Europa. Dice la Muller che "nelle accezioni innocenti della parola Lager in tedesco sento sempre il terrore, il turbamento psichico. Le cose designate con la parola Lager hanno una specie di nascondiglio".

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