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Confalonieri chiede a Berlusconi di "prendere a cuore" la protezione dei contenuti diffusi via internet. Il presidente di Mediaset si è rivolto al governo affinché i contenuti prodotti da media commerciali vengano protetti e venga interrotta la loro diffusione gratuita via web. Dopo la polemica della settimana scorsa tra Google e la News co. di Murdoch,  la problematica dei contenuti, che è reale e assai intricata, raggiunge il Belpaese.

L'occasione è la presentazione dell'ottavo rapporto Censis sulla comunicazione. "Internet si avvale di una parola magica che è free" ha detto Confalonieri. "Se i vari Youtube o Google non riconoscono il valore delle proprietà intellettuali, non si può investire. Noi investiamo la metà di quello che ricaviamo in prodotti e contenuti. Se altri approfittano di questi contenuti che vengono mandati in rete da privati, soprattutto giovani, non ci sarà futuro per chi di fa questo mestiere".

 

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Nov 0918

Rai, quanto mi costi? Alcuni numeri del servizio pubblico

Pubblicato da Joshua Evangelista alle 10:07 in Dibattiti, Mass-media oggi, Television


Aveva colpito la proposta di rinnovo (poi bocciata dal cda Rai) del contratto di Bruno Vespa: 1,6 milioni di euro per un anno di Porta a Porta. Quest'ultimo, risentito, aveva subito lanciato la patata bollente verso i colleghi "sinistrorsi" (se questo termine ha ancora un senso).

Perché fare i conti in tasca solo a me?, protestava Vespa, date un'occhiata alle buste paga di Fazio, Bignardi, Santoro, Annunziata & co . Poi in un'intervista al Corriere della Sera si giustificava dicendo che una parte del mio stipendio l'avrebbe destinata a sussidi per giovani colleghi.

La bagarre continuò a suon di botta e risposta sulle pagine del Corriere con l'Annunziata. Ciò che resta, ad oggi, è un'assoluta necessità di trasparenza. Massimo Mucchetti in un bell'articolo scrive che gli stessi denunciatari degli stipendi da pascià dei volti noti della Rai alla fine cadono nel populismo invece di affrontare razionalmente l'argomento.

Libero e Giornale bollano Gabanelli, Santoro e Fazio come ricconi pagati per attaccare il presidente scelto dagli italiani. Dall'altra parte, il Fatto quotidiano si indigna per lo stipendio del presidente delle Ferrovie quando è solo una frazione di quello di Fazio e, lasciatecelo dire, gestire le Ferrovie dello Stato è ben più faticoso rispetto alla conduzione di una trasmissione televisiva.

I numeri, qualora ci arrivassero, andrebbero confrontati con gli effettivi risultati (quantitativi e qualitativi) dei programmi. Per intenderci, con quali criteri il consiglio d'amministrazione deciderà se Paolo Ruffini rimarrà o meno alla direzione di Raitre? 

Noi decidiamo, come al solito, di credere nella buona fede del prossimo. Ipotizziamo quindi che non sia una scelta meramente politica. Analizziamo allora i dati, parziali, pubblicati da Mucchetti:

Alcune carte di lavo­ro dicono che nel 2008 il costo di produ­zione del canale Uno, compresa l'attri­buzione proporzionale delle spese di staff, dei servizi e di Rai Way, abbia su­perato il miliardo: 1021 milioni per la precisione, 120 in più rispetto all'eserci­zio precedente, un incremento dovuto per 116 milioni alla copertura delle Olimpiadi e degli europei di calcio. Il ca­nale Due, invece, costa 606,2 milioni, qualche decina in più rispetto al 2007 e tutti dovuti ai grandi eventi sportivi che ogni due anni sostengono gli ascolti ma, causa l'onere dei diritti, massacra­no il conto economico. Il canale Tre co­sta 819,3 milioni, 13,3 in più rispetto all' anno prima. Non è gravato dagli eventi sportivi, ma porta sempre il fardello del­la programmazione regionale, cuore oneroso del servizio pubblico: 348,3 mi­lioni nel 2008. Senza un tal peso, Rai 3 sarebbe la rete nettamene meno costo­sa. E la sua audience, pur in leggero ca­lo, è di poco inferiore a quella della ben più costosa Rai 2: il 10 contro l'11%.  

Spingiamoci oltre, vediamo il rapporto costo del programma/singolo spettatore: 

per raggiungere uno spettatore di Balla­rò , Rai 3 sopporta un costo di 15 centesi­mi e per quello di Report un costo di 45. Per lo spettatore di Annozero , Rai 2 ha un costo di 21 centesimi. Nella setti­mana fra il 26 ottobre e il primo novem­bre 2009, durante la quale sono state fatte queste rilevazioni il costo contatto medio della prima serata è stato di 84 centesimi per Ra1 3 e di 98 per Rai 2. A titolo di paragone in Rai 1 è stato di 2,18 euro. In base all'audience, che non è mai uguale, questi costi-contatto posso­no cambiare un po': toccherebbe alla di­rezione generale dare notizie complete su periodi congrui. E a chi le dovrà com­mentare terrà conto del fatto che il pa­linsesto di una televisione generalista non può essere fatto soltanto di talk show e telefilm perché sono i program­mi che rendono di più. La fiction o il cinema, che in prima battuta costano fi­no a 3-4 euro per spettatore, possono essere ripetuti più volte così da abbas­sarne, anche radicalmente, l'ammorta­mento. 

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Barack Obama in visita ufficiale in Cina. La tre giorni asiatica del presidente Usa inzia con un appello davanti a 300 giovani nel Museo della tecnologia di Shangai: "La libertà di espressione e di partecipazione è un valore universale e dovrebbe essere garantita per tutti, anche in Cina".

"I diritti umani" prosegue Obama, "dovrebbero essere garantiti a ognuno, anche alle minoranze etniche e religiose, tanto che vivano negli Stati Uniti, in Cina o altrove". Uno studente cinese gli chiede della "Grande muraglia di fuoco", ovvero della censura via web e il presidente risponde: "Sono un grande sostenitore della libertà completa nell'utilizzo di Internet e contrario alla censura".

 

Le domande, come racconta Fabio De Angelis, blogger di Cindia, sono state meno di dieci e selezionate tra le migliaia giunte al sito di Xinhuanet, la più importante agenzia di stampa cinese. Domande ovviamente passate al vaglio del governo.

Al clima semi-cordiale instaurato da Obama va contrapposto il trattamento riservato ai giornalisti stranieri, come racconta il corrispondente di Repubblica Federico Rampini:

Anziché essere mescolati in mezzo al pubblico, come avviene normalmente in questi dibattiti aperti del formato town-hall (Obama ne fece uno anche all'estero, a Parigi), noi giornalisti ci siamo trovati recintati. Con una netta separazione fra "noi" e "loro", gli studenti.

Proteste formali al servizio stampa della Casa Bianca, urla e spintoni: niente da fare, un muro di polizia cinese in borghese ha fatto la guardia al recinto dei giornalisti, come appestati da tenere lontani per evitare ogni contagio.

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Sul suo blog Marco Travaglio ritorna sull'editoriale del direttore del Tg1 Augusto Minzolini a proposito della libertà di stampa. Minzolini argomentava le sue perplessità sulla manifestazione di Piazza del Popolo, affermando che fosse stata solo un'occasione per attaccare il premier per aver querelato Repubblica e l'Unità e citando il caso dei vertici della Bbc, costretti alle dimissioni nel 2004 dall'allora premier Tony Blair, dopo un lungo braccio di ferro che arrivò quasi in tribunale, perché accusavano quest'ultimo di aver falsificato i dossier sulla guerra in Iraq.

Fino ad ora ci eravamo occupati dell'inopportunità dell'editoriale in quanto strumento politico, ora Travaglio ci spiega anche le sue inesattezze:

La Bbc aveva accusato il governo Blair di aver "ritoccato" il rapporto dei servizi segreti britannici sulle presunte armi di sterminio di Saddam per renderlo più accattivante ("sexed up"), trasformando semplici ipotesi in fatti accertati, e per convincere l'opinione pubblica a sostenere il conflitto. Di lì la creazione del giurì indipendente presieduto da un ex giudice in pensione, Lord Hutton. Il quale stabilì che la Bbc aveva ragione sui "ritocchi" al rapporto, ma che non c'erano le prove che il governo Blair fosse intervenuto in malafede. Il giornalista Andrew Gilligan, autore dello scoop, si era fidato di una fonte, lo scienziato David Kelly, che poi si era rivelata corretta: l'Iraq di Saddam, contrariamente a quel che sosteneva Blair, non possedeva armi di distruzione di massa. Lord Hutton stabilì però la buona fede di Blair e censurò Gilligan per averlo accusato di mala fede. Gilligan si scusò e, con un gesto non richiesto da nessuno (altro che "costretto") lasciò la Bbc, come pure il direttore generale Greg Dyke. Intanto l'entourage blairiano diede in pasto alla stampa il nome di Kelly, che si suicidò. Non contenti, Blair e il suo ministro per le Telecomunicazioni e la Cultura Tessa Jowell (moglie dell'avvocato Fininvest David Mills, poi condannato per essere stato corrotto da Berlusconi) tentarono di modificare lo statuto della Bbc con un nuovo Royal Charter per renderla più influenzabile dall'esecutivo. Un progetto, per fortuna, stoppato per tempo.  

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Sono oltre quaranta i giornalisti italiani nel mirino della mafia. L'ultimo, come scrive Ossigeno per l'informazione, è Gianni Lannes, direttore del giornale online Terranostra, impegnato in inchieste su navi dei veleni e inceneritori: "La sua auto è saltata in aria venerdì scorso a Orta Nuova, a 23 chilometri da Foggia. A luglio gli avevano messo a fuoco un'altra auto. Prima di lui Alessandro Bozzo di Calabria Ora, Angelo Civarella della Gazzetta del Mezzogiorno, Josè Trovato del Giornale di Sicilia. Cinque solo nell'ultimo mese. Attentati, minacce, intimidazioni".

 

 

 

Di questi quaranta, dieci vivono sotto scorta. Alcune di queste storie sono state raccolte nel documentario "Avamposto" da Roberto Rossi, redattore di Ossigeno e redattore di Problemi dell'informazione, e Roberta Mani, caporedattore di Studio Aperto.

Saranno otto storie in quaranta minuti. Da Gioia Tauro, Vibo Valenzia, Crotone ma anche da piccoli centri come Cinquefondi, parleranno i cronisti dell'Ora di Calabria, della Gazzetta del Sud, del Quotidiano della Calabria. Nel video un'anticipazione del documentario che attualmente è in fase di montaggio.

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